E' da un po' che ci penso. Come definire quest'aspetto della mia vita? No, non è nemmeno un aspetto della mia vita. E' qualcosa che fa parte di me, ormai l'ho capito, è ineliminabile, quindi devo imparare a conviverci.
Non è un buco. Un buco è un'assenza, un vuoto. Io non trovo che sia un vuoto. Il vuoto può allargarsi, certo, ma io purtroppo so che la sua ricomparsa darebbe luogo ad un fenomeno diverso, ad un riempimento oltre i margini, oltre i confini, ad uno strabordamento, com'è sempre accaduto fino ad adesso.
"Io lo so che il Perfido prima o poi si sposerà, se e quando gli diagnosticheranno qualcosa si sposerà" "Tu te lo prenderesti, se tornasse da te?" "Spero di avere già una famiglia per allora e di dovergli dire di no. Se no, temo che me lo riprenderei" "Però, sei onesta". Quando una arriva ad essere così sincera al brunch di domenica e risponde in questi termini, non può definirlo un vuoto, non lo è.
Allora, mi sono detta, è una scheggia. Io non sono più quella di prima, è evidente. E' come se dentro di me, a tagliarmi trasversalmente, ci fosse una scheggia sottilissima, nera. E' entrata dentro e io non sono riuscita a liberarmene. Il mio analista direbbe che sono stata io a permetterle di penetrare così nel profondo, va bene, dottore, non è questo il punto.
Il punto è che io mi faccio tenerezza, molta. Perché anche se rido, scherzo, mi diverto, penso alla disoccupazione, esco la sera o studio, guardo i Tudor, faccio i concorsi eccetera, io so che non sono più la stessa. Non sono meglio o peggio di prima, sono solo un pochino più incazzata, disillusa, sfiduciata ed incline alla malinconia di prima, ma anche tutto questo sta scolorendo. Però io sento che ho questa scheggia dentro e so che un paio di amiche la vedono. O se non la vedono, la sentono, sanno che c'è. Sono brave a far finta di niente, non c'è più nulla da dire peraltro, ma sanno che c'è.
Però una scheggia non si espande o si rimpicciolisce. E' quella, di quelle dimensioni. Questa è una cosa diversa. Allora temo che sia più simile ad una cellula. Il rimando ai tumori c'è, ma non mi viene in mente niente di più similare.
Se devo studiare penale, pensare alle rogne universitarie, interrogare studenti o scrivere tre tracce al concorso, è una cellula sola, infinitesimale. Posso anche far finta che non ci sia, tanto è piccola, e credere di essere la stessa di prima.
Non appena si profilano maggiore libertà, meno cose da studiare, meno pensieri gravosi in mente, paf, ecco che che la cellula si moltiplica, mitosi si chiamava, mi pare. Esattamente. E quindi da una piccolissima "cosa" mi ritrovo a piagnucolare. Laonde per cui, è quasi meglio quando devo studiare da pazzi, se non fosse che mi stanco.
L'analista dice che se ci fosse un altro io non ci penserei più. Io trovo che il mio analista sia bravo, ma ottimista. Io posso anche credere (sperare) che prima o poi arrivi qualcuno per cui io la finisca quantomeno di nominarlo il Perfido, il che sarebbe già un successone. Sono passati quasi 6 mesi e io ancora lo nomino, è patetico, lo so. Sono patetica, meno male che non mi vedo da fuori.
Ma io temo sinceramente che quella cellula, dentro, me la dovrò tenere. Per sempre.